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Quoziente intellettivo e intelligenza artificiale.

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  • Articolo pubblicato:Aprile 8, 2021
  • Categoria dell'articolo:News

 

Con piacere vi segnalo e vi invito a leggere questo articolo apparso su Il Fatto Quotidiano e un libro “conosciuto” l’anno scorso durante il primo lockdown: “L’ultimo Sapiens-Viaggio al termine della nostra specie” di Gianfranco Pacchioni che parla di intelligenza artificiale.

I contenuti di entrambi hanno una stretta correlazione, ecco alcune mie considerazioni. Il termine quoziente intellettivo è diventato di uso comune e sempre più spesso spopolano sul web notizie scarsamente verificate rispetto alla sua natura e alla possibile influenza da parte di particolari stili di vita e condotte.

Tra gli esperti viene definito come il rapporto tra età mentale ed età cronologica (moltiplicato per 100) e indica il livello cognitivo di un individuo rispetto a parametri medi, quindi il livello di intelligenza. È una caratteristica tendenzialmente stabile nel corso della vita, seppur risenta di condizioni di vita, stimoli, esperienze, contesto famigliare e altri fattori.

Secondo alcune ricerche è in forte calo e le cause sono attribuibili al cambiamento di istruzione, dei modelli educativi e all’insorgere di una società che mostra modelli che facilmente portano al successo riducendo capacità di ragionamento, creatività e problem-solving.

Da anni la definizione di intelligenza è una sfida che appassiona numerosi scienziati e luminari in diverse discipline di studio: dalla psicologia alle neuro-scienze, dalla biologia alla medicina ci si interroga su come declinare al meglio questo concetto.Attorno al QI e alla sua misurazione in passato si sono generati ottimismo e fiducia grazie alla teoria dell’effetto Flynn. Secondo gli studi dello scienziato neozelandese James Robert Flynn, il quoziente intellettivo della popolazione di alcuni Paesi ha presentato nel corso della seconda metà del’900 un trend crescente. Lo studio, pubblicato nel 1987 sul Psychological Bulletin, poneva a confronto le serie storiche dei risultati di test d’intelligenza effettuati su alcuni bambini di diversi Paesi rilevando come, in un arco temporale di 25 anni, il quoziente intellettivo dei ragazzi fosse aumentato mediamente di 8 punti. La deduzione di Flynn fu che nelle nazioni più “sviluppate”, indipendentemente dalla cultura di appartenenza, il QI aumentasse da una generazione all’altra in una misura che oscilla tra i 5 e i 25 punti. Da ciò si iniziò a pensare alla possibilità di una progressione infinita sulla scala dell’intelligenza.Questa euforia è tuttavia diminuita all’inizio degli anni 2000, quando sulla base di alcune ricerche empiriche l’Università di Oslo ha riscontrato che tra il 1970 e il 1993 l’effetto Flynn aveva ridotto la sua portata. Negli anni successivi questo rallentamento ha trovato ulteriori conferme, fino alle considerazioni più recenti nelle quali si evidenzia come il trend si sia in realtà capovolto e come da un anno all’altro l’indicatore sembri diminuire mediamente di una percentuale che varia tra lo 0,25 e lo 0,50.

La scuola si sta trasformando, ma dobbiamo sempre tenere in mente che nessuna trasformazione, riforma e innovazione può essere efficace senza il coinvolgimento emotivo degli insegnanti, senza la consapevolezza profonda che la formazione è necessaria per accrescere le conoscenze e le competenze spendibili nella quotidianità, in classe, per mettere gli studenti in condizione di affrontare la mutevolezza della realtà con l’elasticità mentale che il futuro richiederà loro.

FUTURO, dunque, un termine che pone degli obblighi cui attenersi: parlare di futuro oggi significa parlare anche di Intelligenza artificiale. La parola intelligenza è un termine utilizzato e conosciuto da tutti ma che non ha una definizione precisa. La parola deriva dal latino intelligere che significa comprendere. La parola è a sua volta composta dal prefisso inter (“tra”) e da legere (“scegliere, cogliere”): da un punto di vista etimologico, quindi, l’intelligenza è la capacità di selezionare i dati disponibili, riconoscere quelli rilevanti, e collegarli tra loro. Potremmo definire l’intelligenza come la capacità di realizzare fini complessi. Artificiale, invece, significa, tenendo conto dell’etimologia della parola, “fatto con arte”, non naturale, termine, spesso usato con un’accezione negativa. Ma oggi l’intelligenza artificiale la troviamo ovunque, in ogni settore, ed in continuo sviluppo. Non si può parlare di Intelligenza artificiale senza parlare di Scuola così come non si può parlare di Scuola senza parlare di Intelligenza artificiale. Perché facciamo riferimento all’istituzione per eccellenza dedicata allo sviluppo ed alla diffusione della conoscenza. Facciamo riferimento al concetto di educazione e per questo abbiamo bisogno che ci sia un ripensamento del concetto stesso di educazione abbinato ai moderni sistemi informatici.

Molte scuole ed istituzioni formative stanno sperimentando ambienti di Intelligenza Artificiale che permettono modelli di apprendimento basati su modelli che generano percorsi formativi personalizzati, grazie alla possibilità di mettere a sistema le specifiche caratteristiche, culture, stili di apprendimento di ogni persona con tutta l’offerta formativa presente nella propria scuola. Bisogna partire dal definire il concetto stesso di formazione ripensata in chiave moderna, adattata a bambini, ragazzi, docenti e dirigenti di tutto il modo scolastico. Non possiamo non farci trovare pronti per quella che sembra essere la quarta rivoluzione industriale iniziata già da diversi anni.

Ma passando ad elencare brevemente alcuni aspetti positivi e negativi dell’Intelligenza artificiale possiamo affermare che è proprio l’intelligenza artificiale che potrebbe permetterci di affrontare sfide come:

  • creare esperienze di apprendimento personalizzate e su misura
  • migliorare l’accessibilità alla formazione, per tutti gli studenti, di qualsiasi classe e provenienza
  • tutoring e supporto anche fuori dalle classi e dalle scuole
  • aumentare la sicurezza delle informazioni
  • ridurre la carenza di investimenti

Le applicazioni dell’Intelligenza Artificiale che hanno una ricaduta più immediata sulla vita delle persone riguardano la quotidianità. Uno dei principali vantaggi dell’AI è infatti rappresentato dal fatto che i software intelligenti sono in grado di completare automaticamente e autonomamente attività ripetitive quotidiane: tali strumenti possono essere perfezionati al fine di funzionare per lunghi periodi di tempo per il completamento efficiente del lavoro.

Fra i pro e i contro dell’Intelligenza Artificiale si può anche individuare come elemento favorevole il fatto che questa branca dell’informatica è molto accurata e precisa. I dispositivi dotati di AI sono infatti capaci di scomporre complicati costrutti matematici in azioni pratiche, più rapidamente e precisamente rispetto a quanto può fare un essere umano. I robot con Intelligenza Artificiale presentano poi il vantaggio di poter essere utilizzati da chiunque, infatti gli sviluppi tecnologici sono in grado di fornire agli insegnanti strumenti per poter risultare più efficaci di quanto lo potessero essere anche solo pochi anni fa.

Tra “i contro”, invece, quello principale è la mancanza di creatività: queste tecnologie sono capaci di eseguire attività creative ma non sono in grado di programmare a loro volta sistemi originali. Legata alla creatività vi è anche la mancanza di empatia. I robot di Intelligenza Artificiale trovano la migliore soluzione analitica possibile, ma non sempre questa corrisponde alla decisione corretta da prendere. A questo punto, però, per valutare al meglio i pro ed i contro, prendo lo spunto, da quanto Gianfranco Pacchioni esprime ne “L’ultimo Sapiens (…)” , pubblicato da “Il Mulino” a Gennaio 2019. Con l’approccio esperto di chi non si lascia sopraffare dalle potenzialità delle nuove tecnologie, Gianfranco Pacchioni intende approfondire ogni aspetto attraverso un punto di vista che travalichi l’ambito tecnico-scientifico: quale impatto potrebbero avere le nuove tecnologie sulla nostra vita e soprattutto, quanto potrebbero cambiarci?

“L’ultimo sapiens, viaggio al termine della nostra specie”, diventa quindi un affascinante percorso che assume i contorni indefiniti dei viaggi del tempo: un confronto continuo con il passato lontano di cui siamo figli e con il futuro pericoloso di cui potremmo essere i padri.

Come e da dove nasce l’idea o l’esigenza di “fare un viaggio al termine della nostra specie”? Nasce dalla lettura di Primo Levi. Nei racconti fantastici raccolti in “Storie naturali” o “Vizio di forma” Levi anticipa con sorprendente lucidità una serie di innovazioni tecnologiche, da internet alla clonazione, dalla realtà virtuale alla genetica e alle neuroscienze. Oltre a raccontare in modo vivace e brillante situazioni comiche e divertenti, in realtà Levi ci lancia dei chiari moniti sui rischi che corre l’Uomo se si lascia sopraffare dalle tecnologie. Il libro evidenzia che, con lucidità sorprendente, Primo Levi è stato in grado di anticipare temi che oggi fanno parte del nostro quotidiano: intelligenza artificiale e macchine che auto-apprendono rappresentano le basi della tecnologia che ci circonda e che influenza e determina la nostra vita.

La vita frenetica a cui siamo abituati e che spesso ci sembra irraggiungibile è il risultato di esperimenti e ricerche che in pochi anni hanno modificato non solo il nostro stile di vita ma anche e soprattutto la nostra vita sociale. Una velocità tale che rende difficile stare al passo, che produce cambiamenti sociali profondi senza che la società riesca ad adattarsi ad essi, sempre alla rincorsa di nuovi ritrovati e sempre obbligata a cambiare le proprie abitudini e i propri ritmi per “digerire” le nuove tecniche.

Ma siamo davvero capaci di renderci conto di quanto sta accadendo attorno a noi? Fin quando si tratta di lasciare che i sistemi di messaggistica completino le nostre frasi limitando in parte la nostra creatività, nulla di grave. Il problema è che le cose non sono così semplici.

La portata dei cambiamenti che stanno sconvolgendo le nostre vite è molto più vasta di quanto riusciamo a immaginare ma il problema di fondo è che non abbiamo l’esatta consapevolezza di quanto stia accadendo.

Stiamo sviluppando tecnologie che potrebbero renderci quasi onnipotenti ma che al contempo acquisiscono un’indipendenza sempre più preoccupante: le macchine sono più performanti degli umani ma, “nell’ipotesi che l’intelligenza artificiale possa un giorno superare l’intelligenza di un essere umano, non abbiamo modo di prevedere come si comporterà”. Presto nelle aule universitarie ci saranno delle meravigliose proiezioni olografiche di un celeberrimo professore di Harvard il quale presenterà un corso, disponibile in 139 idiomi e dialetti, tratto da uno sconfinato catalogo di offerta culturale in formato elettronico, il tutto arricchito da stupendi contenuti multimediali e di avvincente realtà virtuale. Qualche grande società offrirà questo servizio, ovviamente in modo del tutto gratuito. Si chiamerà Google Knowledge o Facebook University o roba del genere. Altrettanto ovviamente questa società deciderà cosa va insegnato e cosa no, cosa gli studenti è meglio che non sappiano, quali verità vanno comunicate e quali tenute nascoste, ma a chi importa più di questi dettagli? Saremo in grado di fermarci in tempo nella nostra corsa col turbocompressore verso le Colonne d’Ercole, come si chiedeva Primo Levi? Homo faber fortunae suae, dicevano i latini, l’uomo è artefice della propria sorte.

Ecco perché è importante l’informazione e la formazione, cosicché l’ultimo sapiens potrebbe anche decidere di non essere l’ultimo. Allora ecco che il dovere della scuola, di chi è deputato anche per dettato costituzionale alla trasmissione ed allo sviluppo delle conoscenze il saper coniugare l’utilizzo delle tecnologie con un rapporto didattico, non solo inteso come vicinanza fisica.

Il termine didattica ci porta al suo stretto legame con la parola insegnamento e alla convinzione che vi sia apprendimento solo nella relazione e non virtuale. Non esiste una didattica senza docenti!!!

IL DOCENTE COME GUIDA ISTRUTTIVA «1. Gli insegnanti sono una delle influenze più potenti nell’apprendimento. 2. Gli insegnanti devono essere direttivi, influenti, attenti e impegnati con passione nel processo di insegnamento e apprendimento» (Hattie 2016, p. 65). Questi, tra i più rilevanti per l’eccellenza nell’istruzione, sono i primi due indicatori, come emerge dal poderoso visible learning. In tal senso i docenti sarebbero gli “attori più importanti del processo educativo”. Con ciò non si intende che debba essere scardinato l’elemento della centralità dello studente, perché l’insegnante “esperto” si individua sulla base della capacità di impattare sui risultati degli studenti. L’impatto è tanto maggiore quanto è evidente la sua guida istruttiva: nell’orientare il discente a selezionare contenuti più rilevanti, nel supporto per l’individuazione delle più appropriate strategie per apprendere, nel cogliere e restituire feedback per esercitare un controllo su correttezza ed esaustività delle rappresentazioni mentali soggettive elaborate durante il percorso d’apprendimento.

Dobbiamo tenere presente però che non dobbiamo dirigerci verso un concetto di intelligenza artificiale che vada a sostituire il docente, ma verso una INTELLIGENZA ARTIFICIALE che vada ad assistere il docente, per permettergli di ottimizzare tempo da dedicare a sua volta alla formazione continua. Il tutto ovviamente tenendo presente anche quanto dichiarato dall’UNESCO ovvero che queste nuove tecnologie possano aiutare nel raggiungere l’obiettivo di ridurre le barriere di accesso alla conoscenza e possano migliorare e facilitare l’apprendimento.

Bisognerà incoraggiare e supportare i docenti a non aver timore della tecnologia ma anzi a far capire loro che l’intelligenza biologica non morirà mai con l’intelligenza artificiale anzi saranno perfetti alleati verso un obiettivo comune utile a migliorare e perché no a ripensare e riscrivere concetti quali l’educazione, la conoscenza e la formazione costante e continua.

Mariolina Ciarnella
Presidente IRASE Nazionale